La scientificità della psicoterapia esistenziale

In una prospettiva esistenzialista si parla più frequentemente di ‘artisticità’ della psicoterapia, piuttosto che di scientificità, per evidenziare la necessità di un continuo adattamento della tecnica, e del terapeuta, alle esigenze e alle caratteristiche individuali del paziente.

La necessità di dare scientificità alla psicoterapia nasce dal bisogno della società attuale di fornire interventi attendibili, non lasciati al caso e che garantiscano un sufficiente grado di efficacia. Il percorso analitico potrebbe essere considerato di per sé un lavoro unicamente di conoscenza, di indagine introspettiva, di esplorazione profonda del sé, senza necessariamente preoccuparsi dei risultati. In questo senso l’obiettivo fondamentale sarebbe non tanto il sintomo o la struttura di personalità, quanto la conoscenza di sé e la riflessione, che potremmo dire “filosofica”, sull’esistenza. Sebbene non si possa disdegnare un simile approccio, che ha legittimità di per sé ma che forse non giustifica il termine psico-terapia, crediamo opportuno che anche la psicoterapia esistenziale si inserisca in un più ampio e moderno panorama psicologico che consenta di darle dignità, se non di scienza, almeno di procedura e tecnica affidabile, verificabile, riproducibile e condivisibile dalla comunità scientifica internazionale, con risultati riconoscibili e quantificabili. Scientifico viene infatti considerato ogni processo che sia chiaramente verificabile dall'esterno, con criteri condivisi dalla comunità dei ricercatori.

Vi è da dire che la prassi terapeutica che viene studiata ed analizzata è, rispetto a quella effettivamente reale, frammentata, rigida e privata di tutte quei caratteri "difficili da misurare", che però costituiscono la base fondamentale degli interventi terapeutici. Il rischio è perciò quello di considerare soltanto ciò che in realtà risulta più facile da misurare.

Il tentativo di quantificazione dei fenomeni che avvengono durante una psicoterapia è noto essere un’impresa difficile da attuare, e non sempre è possibile arrivare ad una uniformità di vedute e di traduzione operativa in strumenti utilizzabili in modo generale, nello stesso modo di quanto avviene nella valutazione delle terapie farmacologiche, o per altri interventi terapeutici più facilmente oggettivabili.
Soluzione alternativa può essere rappresentata dall'approccio detto qualitativo, il quale prevede che la soggettività del cliente non venga costretta in schemi (test, questionari, interviste strutturate,…), in piena sintonia così con la visione esistenzialista.

Il presupposto è che il paziente non sia essere un inerte e passivo oggetto su cui operare per curarlo, secondo un modello di tipo medico , ma è portatore di variabili essenziali per la valutazione. In modo analogo il terapeuta non può mai essere un puro e semplice osservatore di quanto avviene, ma è coinvolto in prima persona nella relazione, oltrepassando inevitabilmente la logica della neutralità .
Elliott sostiene che la metodologia qualitativa non consiste solo nell'usare "parole anziché numeri nel descrivere i fenomeni": si tratta di dare peso alla scoperta piuttosto che alla verifica, alla flessibilità, all'apertura alle novità rispetto alle ipotesi iniziali, ai risultati inattesi e "strani".
Si sta così progressivamente perdendo l'idea che l'analisi della psiche umana possa assumere carattere di realtà oggettivabile, generalizzabile ed osservabile in modo definitivo. Infatti eliminare dal rapporto psicoterapeutico i fatti e i vissuti soggettivi vuol dire eliminare gli elementi fondamentali di cui si occupa in modo specifico la psicoterapia. Considerare però i fatti soggettivi rende complessa la valutazione delle dinamiche in atto e difficoltosa la valutazione dei processi e dei risultati.

Deve essere ricordato al proposito la critica alla scientificità classica operata da Morin, attraverso il cosiddetto “paradigma della complessità”. I sistemi di idee e i modelli teorici per essere prodotti richiedono un cervello che li pensi ed implicano quindi tutti quei fenomeni bio-chimico-fisici connessi all'attività cerebrale.
L'osservatore perciò costruisce la realtà stessa ma nell'osservazione, in quanto portatore o interprete di una teoria, crea il campo dell'osservazione ed è dunque profondamente implicato in esso. In quest'ottica la conoscenza scientifica risulta costitutivamente ed inevitabilmente soggettiva.

La verità scientifica viene così ad essere essenzialmente basata sull'intersoggettività e cioè sull'accordo della comunità scientifica, socialmente e culturalmente connotata. Scientifica è perciò una prassi aperta al controllo intersoggettivo, che dia definizioni chiare dei concetti e dei postulati, utilizzi procedure leggibili e ripetibili, si avvalga di metodi razionalmente fondati per la convalida dell'ipotesi teoriche.
La psicoterapia può dirsi scientifica quando cerca di porre ordine, comprendere, prevedere, ridurre a tecnica e inserire in uno schema teorico, comprovato o almeno accettabile, tutti quegli eventi del rapporto emotivo ed intellettivo.
Ma, detto questo, potremmo domandarci se è possibile studiare scientificamente l'area del qualitativo, con l’esigenza di adattarsi ai parametri di 'osservabilità' prescritti dalla scienza classica, e ridurre i complessi 'oggetti' qualitativi entro i confini di un’indagine sperimentale.

Nell'ambito clinico psicoterapeutico, che si svolge tramite relazioni interumane, il metodo sperimentale classico risulta infatti fortemente inadeguato. Infatti, esso procede tramite l'isolamento di variabili e la verifica delle loro relazioni, il più possibile purificato dalla soggettività dei partecipanti all'esperimento.
Se perciò per il metodo sperimentale l'osservazione deve essere il più possibile preservata dalle distorsioni della relazione soggetto-osservatore/oggetto-osservato, per il metodo clinico il coinvolgimento osservatore/osservato va accettato come mezzo di conoscenza. La psicoterapia si occupa di problemi e difficoltà di tipo emotivo e affettivo, depurarla dei fatti soggettivi vuol dire privarla del suo stesso oggetto.

Il metodo scientifico classico, e quindi sperimentale, rischia di annullare gli oggetti propri del lavoro terapeutico, e cioè i sentimenti, gli affetti, il simbolico, la soggettività e la relazione, come testimoniano tra le altre cose anche i fattori aspecifici delle psicoterapie già menzionati in precedenza. Le psicoterapie oggi, e quindi non solo la psicoterapia esistenziale, si trovano di fronte alla necessità di sviluppare una osservazione e una metodologia scientifica del qualitativo, impresa non semplice ma ormai inevitabile per dare dignità di disciplina riconosciuta ed attendibile alla cura della psiche. La domanda deve quindi essere: “cosa deve succedere nel corso di una terapia per cui ci si può aspettare alla fine un risultato positivo?”.